CURVA SUD. Luisa Petrucci e i suoi ragazzi…

Sono 12 anni che non vediamo Luisa, ma Luisa c’è… C’è sempre stata e sempre ci sarà nel cuore di tutti quelli che gli hanno voluto bene. C’è nella memoria e nel cuore di tutti i suoi ragazzi, perchè nessuno muore finche vive nella memoria di chi resta. Mai frase è stata piu giusta, soprattutto per quella piccola signorina con l’ombrellino, ma forte più di una Curva intera…

Per chi l’ha conosciuta, ci piace celebrarla, ma per chi non ha avuto questa fortuna, vi vogliamo raccontare un piccolo esempio di chi era … Il pezzo non è stato firmato, ma gli lo ha fatto è proprio uno dei suoi ragazzi…

 

LA (Aprile 2014) – Luisa e i suoi ragazzi…

Ci sono persone che per identificarle basta il nome, senza necessità di un cognome o soprannomi; persone con cui dividi tanti ricordi ma non quello di quando vi siete incontrati per la prima volta, che non riesci a ricordare stanche o malate e nonostante non ci siano più, in certe circostanze le vai a cercare con lo sguardo e quasi ti sembra di vederle. Come alla fine della partita: l’arbitro fischia, la curva esplode di gioia e tra bandiere e sciarpe sembra di intravedere un ombrellino giallorosso.

Di queste persone, di Luisa, è difficile raccontare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerla e troppo impegnativo ricordare a chi le ha voluto bene. Perché Luisa era tante cose e tanto ha lasciato in quelli che hanno incrociato il suo cammino. Così intimamente legata alla che potevi vederla sbucare tra i fumi dei lacrimogeni in trasferta come vestita tirolese dai boschi del ritiro estivo, in situazioni diametralmente opposte ma sempre intenta ed indaffarata dietro la sua ed i suoi ragazzi. Un rapporto profondo che nasce dal legame con la sua città.

Nata negli anni ’30 a San Lorenzo, aveva vissuto la tragedia dei bombardamenti e gli stenti della guerra. Fin da piccola aveva respirato in casa aria romanista. Figlia del mitico Ramponcino, socio vitalizio della e proprietario di una rinomata osteria, punto di incontro per tifosi e protagonisti della di Campo Testaccio, in particolar modo Bernardini. In ricordo del padre Luisa donò un tamburo ai ragazzi del Commando, i suoi figli prediletti, che in qualche modo rappresentavano la progenie familiare. La sua passione giallorossa rimase sopita, o forse per meglio dire coltivata, negli anni in cui lavorò come insegnante di scuola elementare e sbocciò definitivamente una volta in pensione.

All’inizio il suo posto allo stadio era in tribuna tevere, comodo ma con un unico inconveniente: lo sguardo rivolto perennemente alla Sud spesso le impediva di vedere i gol e quindi inevitabile il passaggio nel settore più caldo dello stadio dove da quel giorno, che ci sia stato il sole o la pioggia, “sventola” un ombrellino dai colori sociali: «Per farmi trovare dalle mie amiche e farmi localizzare dal presidente Viola» sentenziò Luisa. Un rapporto speciale quello con il presidente del secondo scudetto, un’affinità che affondava le radici nel comune sentire romanista: entrambi, pur venendo da esperienze lontane e diverse, erano arrivati alla attraverso la passione dei suoi tifosi.

Rispettata, ma anche temuta, Luisa non le mandava a dire a nessuno con quell’autorità che le derivava dal suo modo di fare, unico ed inimitabile, che rimaneva lo stesso davanti al massimo dirigente, al calciatore o al tifoso di turno. Tante immagini la ritraggono con l’ingegnere in pose “familiari”, perché in fondo chiunque abbia vissuto la faceva parte della sua famiglia. Tutti sanno della sua passione per Bruno Conti «Bruno è un pezzo del mio cuore» era solita dire. Quando incontrò Franco Sensi la prima volta gli disse «Grazie per quello che sta facendo per la mia . Lui mi guardò e mi disse: “no, per la nostra ”».

Un’altra bella immagine la ritrae accanto a Rosella Sensi in una trasferta europea, sorridenti ed orgogliosamente romaniste sotto l’immancabile ombrellino. Quell’oggetto è stato l’arma non convenzionale di una donna di pace: «male non fare, paura non avere» amava ripetere ai suoi ragazzi. E di paura Luisa non ne ha mai avuta, e non perché consapevole di poter muovere un esercito, ma per la forza interiore che le veniva dal grande amore riversato in quello che faceva. Come quella volta a Milano: i tifosi giallorossi da una parte, le forze dell’ordine dall’altra e in mezzo Lei. Piccola, apparentemente fragile, riuscì a evitare il contatto in virtù dell’autorevolezza che aveva verso i suoi ragazzi e del rispetto che incuteva negli agenti. Il parterre della curva di San Siro quel giorno era un po’ piazza Tienanmen; Luisa armata del suo ombrellino riusci a fermare quelli che, da una parte e l’altra, erano veri e propri carri amati. Certo non cambiò il corso della storia ma cambiò la vita di molti dei suoi ragazzi.

Infatti Luisa non era solo una madre ma era anche una amica, era la mano che ti bloccava quando stavi per fare qualcosa di cui ti saresti potuto pentire, che te lo dicesse scherzando davanti agli altri o prendendoti da parte a brutto muso, riusciva sempre a farti ragionare e ritrovare la lucidità perduta. Infine Luisa era anche una complice, a dispetto della differenza di età e di vita vissuta, lei era una del gruppo, senza mai tirarsi indietro per la ed i suoi tifosi; in occasioni drammatiche come la trasferta di Napoli, quando spararono un lacrimogeno sul bus dove era anche lei o nella più festosa occasione di Vicenza, dove l’odore era quello dei fumogeni entrati grazie alla sua intraprendenza.

A pensarci bene, cara Luisa, il privilegio più grande per certe persone è di continuare a vivere dovunque abbiano lasciato il loro ricordo e il tuo resterà indelebile nei tuoi ragazzi e nella tua curva.

 

CI SONO I TIFOSI DI CALCIO E POI CI SONO I TIFOSI DELLA Cit. Agostino Di Bartolomei

 

 

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