LE GRANDI INTERVISTE… Pier Paolo MARIANI (LaRoma 343-Ottobre 2015)

Tra le grandi interviste della RIVISTA LA , tiriamo fuori dall’archivio quella fatta al Prof. Pier Paolo (LA 343 – Ottobre 2015), fatta in occasione dell’ di Strootman. Luminare del settore, già allora ci spiegò in esclusiva tante cose sul delicato argomento delle ginocchia dei calciatori… Tutta da leggere!!!


IO, UN PO’ PANTANI E UN PO’ GEPPETTO (di A. VIOLA)

Il modo più immediato per farsi un’idea su un medico è probabilmente osservare come lo guardano i propri pazienti. E nelle stanze di Villa Stuart è un misto di ammirazione e riconoscenza quella che accoglie il Professor Pier Paolo , in una mattina di lavoro nella famosa clinica di Monte Mario. Immancabile pipa in mano e cane al seguito, l’uomo che ha avuto tra le mani i destini di più talenti di qualsiasi selezionatore tecnico, non lascia adito a qualsiasi vanità: «Un famoso cardiochirurgo amava definirsi un orologiaio, personalmente mi sento più un falegname, magari che lavora di fino, ma sempre uno a cui viene portato qualcosa di rotto e che deve riparalo: perché io riparo, non guarisco».

Nessuna tentazione quindi di definirlo il Messi della chirurgia ortopedica. «Non sono pratico di ruoli ma se dovessi rapportami al calcio mi sentirei più un centrocampista di lavoro che un attaccante, anche se forse svolgo la mia professione più con lo spirito di un ciclista. Ho un obiettivo chiaro davanti a me, come un ciclista ha una montagna davanti a sé, e lavoro per raggiungerlo in solitaria, senza guardarmi intorno. Direi quindi un po’ uno scalatore alla Pantani».

Alcuni suoi colleghi, tra cui il suo maestro, il Prof. Perugia, sono arrivati all’ortopedia in quanto atleti oltre che chirurghi, qual’è stato il suo percorso?

Il Prof Perugia, di cui sono stato assistente, è stato un giocatore di pallacanestro. Il Prof. Ferretti (volto noto per aver seguito per anni la Nazionale ndr.) è stato addirittura campione italiano di pallavolo, il mio curriculum sportivo non è del loro livello. Da studente di medicina abitavo insieme alla mia famiglia a Sant’Alessandro, nel quartiere Nomentano e, oltre che partecipare a tornei di biliardo e biliardino, davo il mio contributo alla squadra locale, la SaMo, dalla panchina come “aspirante” medico. Era la squadra di Raimondo Vianello, che prendeva il nome dalle iniziali della moglie, dove giocava anche Gianni Morandi. All’ortopedia sono arrivato per caso. La mia aspirazione, in quegli anni, era di diventare cardiologo ma durante il servizio militare mi annoiavo a fare il distributore di pasticche e così mi orientai verso qualcosa di più manuale e stimolante.

Un percorso che presto si incrociò con la sua nota passione di tifoso giallorosso, come si è avvicinato a questi colori?

Mio padre era un tifoso della Lazio e nel 1950 mi portò all’Olimpico per vedere un derby. Vicino a noi era seduto Renato Rachel che ammiravo, vedendolo in televisione, un grande tifoso romanista che mi trasmise questa passione. Inoltre allora in campo c’era Pedro Manfredini, il mitico Piedone, una figura leggendaria che affascinava la mia immaginazione di bambino.

Un mondo, quello giallorosso, con il quale professionalmente viene a contatto come assistente del Prof. Perugia, insieme al quale segue da Rocca a Nela e Ancellotti.

Riguardo il primo, con le attuali tecniche sarebbe potuto tornare a giocate? Sicuramente sarebbe stata tutt’altra cosa. Si sarebbe comunque trattato di una grave lesione ma molto probabilmente avrebbe potuto avere un’evoluzione diversa.

Con Carlo Ancellotti si ha avuto la sensazione che qualcosa fosse cambiato.
Di certo fu un segnale importante. Impressionava molto, ai tempi, che avesse subito lo stesso grave ad entrambe le ginocchia, un vero accanimento della sorte. Ma il fatto che riuscì a tornare a livelli altissimi entrambe le volte dimostrò che la chirurgia aveva fatto passi enormi.

Il ginocchio non era più la tomba dell’ortopedico e al contempo la fine della carriera per uno sportivo.

Questo grazie all’evoluzione della specialità, nella quale fino ad allora l’aspetto legamentoso era trattato in maniera secondaria. Molto ha contribuito anche l’introduzione della tecnica artroscopica, di cui lei è stato il pioniere. L’artroscopia ha completamente cambiato l’angolo di visione per i calciatori, prima certi tempi di recupero erano impensabili. Ma non solo per gli sportivi, anche per tutti gli altri pazienti ha rappresentato una rivoluzione.

Crede che di questa tecnica operatoria si sia abusato?
Il suo grande vantaggio è al contempo il suo limite: la poca traumaticità e invasività. Questo sicuramente ha dato spazio ad un uso a volte improprio, ma il discorso vale per qualsiasi altra metodica con queste caratteristiche. Un percorso, il suo, culminato con il centro specialistico creato a Villa Stuart. Un’eccellenza riconosciuta dalla FIFA, che ha insignito il centro con certificato di eccellenza.

Qual è il segreto di questo successo?

Il fatto di aver trovato terreno fertile nel far capire che la gestione del paziente andava trattata in maniera multidisciplinare e che c’era necessità di introdurre metodiche diverse. A un certo punto della mia carriera mi sono concentrato sull’aspetto post-chirurgico, non essendo soddisfatto di come veniva gestito il paziente quando passava in altre mani. Studiando questa fase abbiamo creato una struttura di supporto per gestire il paziente direttamente nelle varie fasi post operatorie. Questo ha fatto sì che oggi Villa Stuart sia riconosciuta come un centro di riferimento e di eccellenza a livello internazionale. Una struttura in cui sono passati tanti giocatori giallorossi e non solo, da Aldair al giovane Capradossi, operato pochi giorni fa. Talmente tanti che alcuni a volte li dimentico, l’altro giorno mi parlavano di Cicinho e sinceramente non mi ricordavo chi fosse,in quegli anni sono passati tanti brasiliani di qui. La gente è stupita dai tempi di recupero attuali, come quelli di Insigne l’anno scorso e altri, ma qui è da sempre che lavoriamo a certi standard. Poco tempo fa ho incontrato Di Francesco che mi ricordava di aver recuperato in tempi simili a quelli odierni. Era l’anno dello scudetto, operai Emerson ad agosto e l’attuale tecnico del Sassuolo a distanza di un mese ed entrambi rientrarono a disposizione di Capello per il girone di ritorno: posso dire che anche io ho dato il mio contributo in quella storica annata.

Di Tommasi l’ più brutto?

Tommasi subì la lussazione del ginocchio in una partita amichevole del precampionato. Un raro per un calciatore, più comune insport come il motocross, e sicuramente tra i peggiori comportando la lesione multilegamentosa del ginocchio . Lo stesso occorso a Ivano Baldanzeddu l’anno scorso. Un ragazzo che gioca in serie B e che considero uno dei miei maggiori successi professionali. Tornato sui campi a otto mesi di distanza si è tatuato una pipa sul ginocchio.

Un riconoscimento speciale che merita un posto speciale nella sala dei ricordi, dove il Professore colleziona i messaggi di ringraziamento arrivati da personaggi famosi e non.

Il primo pezzo e forse quello a cui sono più legato è il disegno di una bambina che ho operato, per un medico il rapporto con il paziente va al di là del nome della persona. Questo non è un mestiere che si fa per la gloria o per i soldi, anche se può dare entrambi. Si fa per l’adrenalina che ti dà lo stare in sala operatoria e per il senso di riconoscenza che ti trasmettono i pazienti.

Tra i vari ricordi non poteva mancare quello del Capitano Francesco , operato nel 2006 a pochi mesi dal Mondiale in Germania. Qual è stato il vostro rapporto?

Con Francesco ho sempre avuto un rapporto basato sulla fiducia. Una fiducia costruita alcuni anni prima di quell’evento, quando lo visitai sconsigliandogli di sottoporsi ad intervento come gli era stato paventato. Capì che non cercavo pubblicità o di “usarlo” a fini professionali e così quando nel 2006 gli dissi che doveva sottoporsi ad intervento si rese conto che era strettamente necessario. Anche quando si è infortunato agli adduttori, esattamente due anni fa ( Napoli ottobre 2013 ndr), mi sono preso la responsabilità di sconsigliargli l’intervento.

Intervento che purtroppo non ha potuto sconsigliare a Kevin Strootman. Non vogliamo entrare nella privacy del giocatore, aspettando le risultanze del decorso operatorio. Dal punto di vista della comunicazione medico- paziente e del peso mediatico della situazione, è stato questo il caso più difficile da gestire?

No assolutamente. Nella mia carriera non ho mai avuto problemi nel comunicare e rapportarmi agli atleti. Semmai, più volte, mi sono trovato in difficoltà nel gestire tutto quel mondo che sta dietro un calciatore professionista, che va dai preparatori ai procuratori, passando per giornalisti e amici. Sono pagato per decidere il percorso terapeutico e su questo non devono esistere voci discordanti. Il rischio è che venga instillato il dubbio nella testa del paziente riguardo a metodiche e tempistiche, e questo è dannoso.

Quanto accaduto dimostra che la scuola ortopedica italiana è al momento superiore a quella nord europea e americana?

La scuola italiana ormai da tempo è all’avanguardia e studiata in tutto il mondo. Più volte colleghi americani sono venuti a visitare il nostro centro e la prossima settimana ospiteremo chirurghi dal nord Europa per studiare le nostre tecniche operatorie. Personalmente non amo particolarmente l’ortopedia americana. Hanno capacità e strutture all’avanguardia ma sono costretti da lacci e lacciuoli che da noi non ci sono.

Un’ultima domanda: dai dati emerge un vertiginoso aumento degli infortuni articolari non solo tra gli agonisti ma anche tra gli amatori. Un consiglio per chi pratica questo sport?

Su questo abbiamo sicuramente da imparare molto dagli Stati Uniti. In quel Paese vengono venduti pacchetti di prevenzione per chi pratica attività sportiva a livello base, una serie di attività ed esercizi per prevenire gli infortuni stessi. Nel nostro Paese per l’attività di base, come per quella agonistica, resta fondamentale la figura del preparatore atletico: su questa conviene sempre investire.

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