RIVISTA LA ROMA. L’intervista: Maurizio MATTIOLI

Questo mese il nostro Mitico Alberto ha incontrato per noi il grande Maurizio , attore romano e romanista… Uno che non ha mai nascosto la sua fede e l’ha sempre mostrata con orgoglio nei suoi tanti film… In questi giorni impegnato nelle prove della sua nuova performance teatrale “E qua so’ io”, ci dedica il suo tempo in compagni del regista Giuseppe Manfridi, altro grande tifoso romanista oltre che amico della rivista.

Per i nostri amici “social”, ecco un anteprima di questa bellissima chiacchierata tra romani e romanisti!!! Vi aspettiamo in edicola…


LA 366 (Marzo 2018)
MAURIZIO : Stregato dalla  di Alberto

Squilla il telefono quando ormai siamo a pochi passi dal Teatro Tirso dove stanno iniziando le prove della sua ultima pièce teatrale: «Albè, ’ndo stai? Corri che ho una sorpresa per te». È Maurizio amico di vecchia data, che si fa trovare insieme a Giuseppe Manfridi, il regista considerato come uno dei massimi drammaturghi italiani, il quale ci mostra un libro dove siamo stati citati per quella radiocronaca fatta a Brescia nel giorno dell’esordio  Totti. Una sorpresa davvero piacevole. È proprio Manfridi a raccontarci di quest’ultima opera che stanno mettendo in scena. «Lo spettacolo s’intitola “E qua so’ io” sottotitolo “Un Maurizio di nome Fabrizi”. ha ereditato il più importante ruolo fatto in teatro da Aldo Fabrizi, quello di Mastro Titta in Rugantino. Una sorta di legame artistico che è all’origine di questa idea. Quella di interpretare il grande attore nell’ultimo periodo della sua vita vissuta tra i lati positivi e quelli meno belli del suo carattere, tra il sogno e una realtà surreale che solo gli spettatori possono vedere. Di tanto in tanto, Maurizio si toglie la vestaglia di Fabrizi per tornare se stesso e raccontare il suo rapporto col grande attore in ragione delle verità di questo ruolo, tornando così ad essere un interprete che colloquia col pubblico in modo concreto».

Un’opera imperdibile che sarà possibile vedere nel mese di aprile al teatro Nino Manfredi di Ostia, e nel mese di maggio proprio al Teatro Tirso. Così, incuriositi più che mai, passiamo dal sacro (il teatro) al profano (il calcio e la passione per la squadra che porta il nome della Città Eterna), comunque consapevoli di aver trovato nei grandi sentimenti un importante comune denominatore.

Da dove nasce il tuo amore per la ?
«Dall’amore per lo stadio e per i colori. Papà era un romanista soft, molto leggero. Mi portò una volta a vedere -, e da quel giorno fu al punto tale da essere diventato uno dei tifosi più esposti che ci siano in Italia, con tutte le conseguenze che puoi immaginare. L’amore è amore, e non si può spiegare. Avevo otto anni, e rimasi subito stregato dalla ».

Quali sono i ricordi che ti hanno più colpito?
«Ricordo le prime frequentazioni con i giocatori giallorossi. Ricordo Lionello Manfredonia, amico di mio fratello e suo compagno di squadra nelle giovanili del Don Orione. Mi presentò Fulvio Collovati, che aveva convinto a prendere casa ai Parioli.
Ricordo Tonino Tempestilli perché abitava al Fleming. Alla fine degli anni ’80, forse anche per una questione anagrafica, uscivo molto spesso insieme ai calciatori della . Ricordo quel Bologna- (30 dicembre 1989, 1-1 ndr) con l’arresto cardiaco di Lionello che per fortuna uscì dal coma due giorni dopo, e la partita di ritorno, ultima di campionato (29 aprile 1990, 2-2 ndr) con una cena al Caminetto di viale Parioli, assiemea tanti protagonisti di quella partita che si erano trattenuti in città.
Ricordo le preparazioni precampionato a Vipiteno…

(…)


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