CURVA SUD. DE FALCHI: Uno di Noi

LA 332 – Maggio/Giugno 2014 (di Andrea Viola)

Antonio De Falchi vive, vive ogni volta che la scende in campo e il suo pubblico la sostiene, vive ogni volta che che dei ragazzi, in nome di una comune passione, si ritrovano su un campetto di periferia, lontano dai riflettori, per tramandare la sua memoria e stringersi intorno alla sua famiglia.

“Resterai sempre con noi” con questa promessa gli amici di Torre Maura salutavano per l’ultima volta Antonio nel giorno delle sue esequie. Ed oggi a venticinque anni di distanza, vedendo quel volto primeggiare sulla bandiera che guida la Sud, quelle parole assumono il loro peso specifico.

L’eternità non appartiene agli esseri umani ma ai sentimenti, alle sensazioni e in quei rarissimi casi in cui una persona riesce a incarnarli in maniera quasi osmotica costui accede al livello superiore dell’eternità. E se non apriranno i telegiornali ricordando l’anniversario dell’uccisione di Antonio, non sarà per lo scarso valore della notizia, ma perché Antonio rappresenta da una parte il nostro orgoglio, ma dall’altra la coscienza sporca di un sistema malato, che ricorda o dimentica a comando e interesse. Ma la sua figura vola alta, sopra strumentalizzazioni e luoghi comuni. ”Ieri, oggi, domani, eternamente nel cuore della tua gente. Gli ultras della ” recita una targa in casa De Falchi a simboleggiare come, alle pendici di Monte Mario come sulla piana di Tor di Valle, che si chiami curva sud o porti il nome di qualche azienda poco importa, dovunque batterà il cuore pulsante del tifo giallorosso, lì sarà Curva Antonio De Falchi.

Un ragazzo che nel primo fine settimana di giugno tra il mare, il concerto dei Cure e una trasferta a Milano per seguire la di Liedholm non aveva avuto alcun dubbio. Giusto per la cronaca, la squadra di Liedholm non era quella che faceva tremare l’Europa con la coppia di fenomeni brasiliani Falcao- Cerezo, ma quella un po’ più naif del duo Andrade- Renato.

Una che aveva perso il suo stadio a causa dei lavori di ristrutturazione in vista dei Mondiali del ‘90 ma non l’affetto della sua gente, disposta a seguirla a Milano in un fine stagione privo di grandi obbiettivi con i giallorossi, ai margini della zona Uefa, che si apprestavano ad assistere alla festa del Milan di Gullit, Rijkaard e Van Basten fresco vincitore della Coppa Campioni.

Una situazione che segna la differenza tra due modi di concepire il tifo e forse anche la vita. Tra chi come Antonio andava a lavorare tutti i giorni per potersi pagare e trasferte e chi, legittimamente, segue la propria squadra in maniera più limitata nel tempo e nello spirito. Passione, voglia di stare insieme, follia… fate voi, ma comunque lontani dagli stereotipi di violenza e “branco” che si associano al mondo del tifo. Tanto che le ultime rassicurazioni a mamma Esperia erano state di stare tranquilla, perché andava a Milano a seguire la , mica a fare la guerra.

D’altronde Antonio era un bravo ragazzo, uno che lavorava come operaio in un negozio di infissi in attesa i partire per il militare, con un’unica passione, che riempiva le sue giornate e con la quale aveva tappezzato la sua stanza, dove troneggiava la maglietta di Nela, regalata dopo una partita contro il Como, tra ricordi e cimeli della sua . La nottata in treno, fatta di spensieratezza, amicizia e risate e l’arrivo alla stazione centrale alle 8.30. Aveva viaggiato assieme ad altri 40 tifosi ma con i suoi quattro amici decide di andare prima allo stadio. Antonio è giovane ma non sprovveduto, sa che San Siro in quegli anni non è un posto tranquillo. Aggressioni, alcune anche mortali, si erano già verificate ai danni di tifosi ospiti e lui non vuole rischiare di finire in mezzo. Gli era già successo a Cesena, una sciocchezza, ma aveva promesso a mamma Esperia che non sarebbe più successo. In tram fino a Piazzale Axum e San Siro che gli si fa incontro.

L’agguato infame ha un’ora e un posto ben definito: le 11.35 davanti al cancello 16, l’accesso per il settore riservato ai tifosi ospiti. Un ragazzo come lui, jeans e maglietta, gli si avvicina e gli chiede una sigaretta. La risposta non deve aver convinto e quindi una seconda domanda sull’orario. Chissà cosa avrà pensato Antonio, se dopo la diffidenza iniziale si sia aperto, credendo che quel ragazzo, come lui, fosse smanioso di entrare allo stadio. Un trucco da vigliacchi, degno di quegli eroi, che ritennero di celebrare il successo europeo scagliandosi in venti o trenta contro un ragazzino. Antonio ha provato a fuggire, ma è caduto e viene raggiunto e aggredito. Un minuto o forse meno bastano per spezzare una vita di 18 anni. Quando la polizia interviene Antonio per un attimo si rialza ma diventa cianotico e crolla a terra; arriverà già morto all’ospedale San Carlo. Arresto cardiocircolatorio, secondo l’autopsia, nulla a che vedere con il calcio, secondo i media nazionali. Eppure Antonio era vivo e vegeto prima dell’aggressione e le voci che lo volevano malato o addirittura tossicodipendente solo una ulteriore violenza alla sua memoria e al dolore di chi gli ha voluto bene. Per i medici il cuore di Antonio non avrebbe retto allo stress: bella scoperta, chissà quale reazione speravano di suscitare quel manipolo di eroi scagliandosi contro di lui.

Nell’immediatezza dei fatti vengono identificate quattro persone del gruppo degli aggressori e portati a processo. Il pubblico ministero Pietro Forno, uno che negli anni settanta e ottanta era stato in prima linea contro il terrorismo di diversa matrice, dal momento che l’autopsia non lega la morte in maniera diretta alle percosse, non chiede l’omicidio volontario per i quattro imputati limitandosi al preterintenzionale, formulando una richiesta di otto anni di reclusione. La quarta sezione della Corte d’Assise ne condannerà uno solo, il ventenne Luca Bonalda, a sette anni ma la Corte concederà il beneficio della remissione in libertà. Per gli altri assoluzione per insufficienza di prove: quella che si dice una pena esemplare, in un paese che si preparava a vivere l’epoca di tangentopoli e che aveva nel calcio, e nella squadra rossonera in particolare, il suo biglietto da visita vincente. Tanto ci sarebbe da dire su quel processo, ma non è questo il momento. Questa è l’ora per innalzare alta la nostra bandiera e stringersi intorno a mamma Esperia, alle sorelle Anna e Luisa, al fratello Marco, come in quel 7 giungo del 1989.

A salutare Antonio nella Chiesa di San Giovanni Leonardi a Torre Maura c’erano oltre diecimila persone commosse. C’era il Presidente Viola, visibilmente turbato, che affiancherà la mamma di Antonio per tutta la cerimonia. C’era il capitano Giannini e Sebino, l’eroe che lo aveva onorato della sua maglietta, una di quelle che non potevi comprare, te la dovevi meritare. C’era il giovane portiere Peruzzi e l’intera Squadra dei Giovanissimi della , ma soprattutto c’erano tutti coloro che con lui condividevano quella passione, i portatori di quel messaggio che a 25 anni di distanza mantiene inalterato la sua forza e il suo significato. Antonio De Falchi vive, vive ogni volta che la scende in campo e il suo pubblico la sostiene, vive ogni volta che che dei ragazzi, in nome di una comune passione, si ritrovano su un campetto di periferia, lontano dai riflettori, per tramandare la sua memoria e stringersi intorno alla sua famiglia.

Il giorno che Antonio De Falchi vivrà nella memoria collettiva del calcio e del tifo, quel giorno forse una  giornata di dolore e di lutto si trasformerà in una giornata di speranza, rendendo giustizia a un ragazzo di 18 anni, ucciso perché romanista, e alla sua famiglia.

CI SONO I TIFOSI DI CALCIO E POI CI SONO I TIFOSI DELLA Cit. Agostino Di Bartolomei

 

 

 

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