COLPI DI TACCO di Mario BIANCHINI

“Chi ti ha dato la patente?” gridò il a Fulvio .

In un campionato spesso troppo serioso come il nostro, dove le sconfitte o la giornata storta della squadra del cuore diventano un dramma collettivo, non dovrebbe stonare l’allegria di una storiella rispolverata all’insegna del sorriso. L’ho scovata sfogliando le pagine del “Blogger “Giallorosso .

Essa accadde tantissimi anni fa avendo per comune denominatore un problema che la rende sempre di viva d’attualità . Il traffico è una spina nel fianco oggi, come lo era negli anni trenta quando balzarono agli onori della cronaca due personaggi che lo presero a pretesto per dar vita ad un episodio esilarante.

Il piccolo screzio sarebbe passato inosservato , ma quando si venne a conoscenza che il capo del governo Benito Mussolini fosse entrato in “rotta di collisione ” con il campione di calcio Fulvio , si scatenò il finimondo. Colto da un impeto di rabbia Mussolini gridò al “Fuffo ” nazionale :” Chi ti ha dato la patente ?”

A rimetterci, naturalmente, fu il giocatore della con il ritiro del prezioso documento riavuto dopo un anno di peripezie. Con dovizia di particolari, la vicenda venne riportata a galla dall’impareggiabile penna del Capo dei servizi sportivi del “Tempo”, Gianni Lazotti, in un libro rarissimo, pressoché introvabile, dedicato ai primi 40 anni della .

Era il 2 gennaio 1935. Sacerdoti, dopo il recupero della partita a Trieste (vittoria della per 2 – 0) aveva convocato la squadra in sede per gli elogi di rito e il tradizionale fervorino di incoraggiamento. , un po’ assonnato, come del resto i suoi compagni, per il viaggio notturno, si era recato a via Monterone con la fida Augusta e, dopo il rompete le righe, stava cercando di tornare a casa propria – in via Massimo D’Azeglio – nel minor tempo possibile: il giorno prima era stato il suo compleanno; compleanno che lui non aveva potuto festeggiare perché impegnato in trasferta; adesso, a casa, lo attendevano la famiglia al completo e una grossa torta ornata da 29 candeline.

Faceva un freddo cane e Fulvio, come s’è detto, non sognava altro che il tepore di casa. Si mise alla guida della sua auto e dopo aver superata l’affollata piazza Venezia , come intravide un varco nel traffico, ci si infilò imboccando via Cesare Battisti. Gli andò male perché si trovò costretto dietro una grossa Astura color blu carico che procedeva lenta come una lumaca.

La strada era sufficientemente sgombra, però l’autista di quella specie di transatlantico si ostinava a rimanere in mezzo alla carreggiata e sembrava non avesse molta fretta. Fulvio pazientò per un po’, dopodiché – nonostante fosse già entrata in vigore da qualche tempo la “campagna del silenzio” che proibiva l’uso in città di segnalazioni acustiche – si fece sentire con secchi e imperiosi colpi di clacson. Non successe nulla e l’Astura non diede strada. Ah, si? Faceva l’indiano l’autista del “transatlantico”?

Fulvio gli avrebbe dimostrato di cosa era capace lui al volante di un’Augusta 1935: nel punto in cui via Cesare Battisti, divenuta via 4 Novembre, si allargava verso la rotonda della salita di Magnanapoli, tentò il sorpasso, ma nello stesso istante l’Astura accelerò. Compiere una “debraiata” alla Nuvolari fu per Fulvio una questione di un attimo.

Ingranò la seconda ed effettuò un sorpasso di quelli calcolati al centimetro, ma proprio mentre stava sopravanzando la grossa vettura, l’autista dell’Astura lo “strinse” un po’. Costretto fra il macchinone e il bordo dell’aiuola di via Magnanapo- li, ebbe appena il tempo di profferire un paio di insolenze all’indirizzo dell’autista e del personaggio che si trovava sul sedile posteriore, chiunque egli fosse: dopodiché le due vetture vennero a collisione. Si trattò di poca roba.

Soltanto uno sfregamento tra i due predellini (allora le automobili avevano anche i predellini) e di un leggero contatto tra le vernici. Ma questo bastò perché Fulvio andasse in bestia. Effettuato il sorpasso e ripreso il completo governo dell’Augusta, si apprestò a fermare la macchina per balzar fuori e dare il fato suo a quel presuntuoso autista che si permetteva di fare il prepotente.

La sua bella Augusta ammaccata era un delitto che andava prontamente riparato a suon di cazzottoni. Fulvio non balzò. Viceversa, come le immagini gli si stagliarono un po’ più nitide nel cervello dopo l’attimo del sorpasso, si strinse nelle spalle e cercò di farsi il più piccino possibile, diede tutto gas e filò via a casa con la massima fretta. Gli era sembrato di aver scorto, attraverso i finestrini della berlina, un volto ben noto che, in quel particolare momento, appariva più accigliato del solito.

A casa, un’ora e mezza dopo, ebbe la conferma che i suoi timori erano purtroppo fondati. Si presentarono alla porta due signori dall’aspetto severo, con la barba non perfettamente rasata, vestiti con dignità, ma piuttosto modestamente. Chiesero di controllare la sua patente. E alla legittima perplessità dell’interessato, si qualificarono: Polizia!

Esaminarono a lungo il documento, lo guardarono contro luce, controllarono la rassomiglianza della fotografia, rivolsero alcune domande sulla proprietà e il possesso dell’Augusta, dopodiché annunciarono laconicamente: “Questa patente la teniamo noi”.

Fulvio chiese ovviamente spiegazioni (ma ormai aveva capito bene di che si trattava) e venne così a sapere, in via ufficiale, di aver urtato, appunto sulla salita di via Magnanapoli, nientemeno che la macchina del , il quale si stava recando alla stazione Termini per ricevere il premier francese Pierre Laval. Fatto sta che Mussolini dopo aver notato, in via Quattro Novembre, la vetturetta che chiedeva strada con tanta insistenza, subito dopo l’accidentato sorpasso, abbassò un vetro della sua berlina e gridò all’indirizzo dello sconosciuto: “Criminale! Chi ti ha dato la patente?”.

La strada era naturalmente disseminata di poliziotti tanto in borghese che in divisa. Annotare il numero della targa dell’Augusta fu per costoro affare di un attimo. Individuare il nome del proprietario e il relativo indirizzo fu invece questione di un’ora.

Mezz’ora per recarsi a casa dell’incauto e il conto tornava. I due poliziotti se ne andarono con la patente e a Fulvio non rimase che prendersela filosoficamente, considerando che tutto sommato un po’ di moto supplementare a piedi avrebbe giovato alla sua forma.

Dopo un mese, però, cominciò a stufarsi: aveva voglia di fare qualche giretto con l’Augusta e si doveva accontentare invece di metterla in moto senza uscire dal garage. Interessò della cosa alcuni amici influenti, ma senza esito. La sua patente si era volatizzata.

Poi, su consiglio dei soliti “pezzi grossi” inviò una petizione personale al , ma non ottenne risposta. Un’altra ancora. Niente. Passarono così sei mesi: l’uscita dalla seccantissima impasse la offrì la venuta di Eraldo Monzeglio alla nell’estate di quell’anno.

Il forte terzino del Bologna e della Nazionale era da molto tempo istruttore sportivo – tennis, calcio e sci soprattutto – e amico personale dei figli di Mussolini e una volta a , Monzeglio aveva preso l’abitudine di recarsi spesso a Villa Torlonia per effettuare partite di tennis con Vittorio e Bruno, se non addirittura con il loro padre. Per lui era uno scherzo trattare un argomento del genere con il capo del governo. Si venne così a sapere che il ritiro della patente non era dovuto ad un’iniziativa personale di Mussolini, ma allo zelo della polizia e che, come era accaduto per moltissime altre istanze, al dittatore non erano mai pervenute le petizioni di .

Peraltro si vociferò malignamente che il sapesse effettivamente del provvedimento, ma che non avesse fatto nulla per revocarlo, indotto a questa inerzia dai figli Bruno e Vittorio che tifavano scopertamente per la Lazio.

Fatto sta che Bernardini riebbe la sua patente “in via provvisoria”. Bisognava ottenere la restituzione definitiva e allora, dopo qualche tempo, Monzeglio ebbe un’idea. “Vieni a Villa Torlonia – disse a Fulvio – giocheremo un doppio tu ed io contro il ed Aliotti (Flavio Aliotti prima categoria di tennis dell’epoca). Dovremo però cercare di farlo vincere. Vedrai che tutto si sistemerà. Con le buone e le lusinghe si ottiene tutto”.

E fu così che, a bordo dell’Augusta, Bernardini si presentò ai cancelli di Villa Torlonia completo di racchetta e palle di ricambio. Come scese dalla macchina, il Duce gli andò incontro e, tra il brusco e faceto gli disse: “Ha imparato finalmente a guidare l’automobile?”.

La partita di doppio fu molto movimentata ma – caso strano -nonostante Bernardini e Monzeglio fossero due buone racchette, persero irrimediabilmente. Specialmente Fulvio venne più volte “infilato” dai “passanti” e dagli “smashes ” che sparava il corpulento capo del governo. “Che colpo, Duce! Neanche Palmieri sarebbe riuscito a tanto…. E questa “schiacciata” non l’ho mai vista fare neanche a De Stefani…”. Di lì a qualche giorno il provvedimento della restituzione della patente divenne definitivo !!!.



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