PENSIERI E PAROLE di Paolo MARCACCI

La notizia non sta nel fatto che, purtroppo, sia accaduto di nuovo. La notizia è che, miracolosamente, non accada molto più spesso. C’è un nuovo morto da stadio, per dirla con un linguaggio crudo e immediato: uno dei tanti frequentatori abituali dei nostri impianti, del quale in questa sede non ha senso puntualizzare i precedenti che aveva o se fosse daspato o meno. Cosa esattamente facesse in quel frangente e in quella zona (a un paio di chilometri da San Siro, va sottolineato) verrà appurato dalle autorità, anche se è presumibile.

Nel frattempo, la (ri)accensione rituale dei riflettori su ciò che correda abitualmente il calcio italiano e che nemmeno l’atmosfera natalizia riesce a mitigare, torna a far parlare a vario titolo i papaveri e le papere della politica e dell’informazione, i quali azionano il timer della loro indignazione a tempo e scoprono, con cadenza variabile, che negli stadi si augura la morte, si invoca l’eruzione di vulcano che possano lavare col fuoco i napoletani, si ulula se la palla la tocca il neGro (certa gente, non la sparuta minoranza di cui parla chi non viene allo stadio, ancora usa questo termine), per citare i casi resi più celebri dai media. Poi si ricordano anche con piacere Superga e l’Heysel nei derby torinesi, ci si augura il crollo del Colosseo e l’incendio del Vaticano per il “bastardo d’un romano” a Firenze e così via: tutte perle che fanno altrettanto schifo quanto quelle contro i napoletani.

Però, se cambiano la generalità e la tifoseria d’appartenenza della vittima, che è tale soltanto perché più sfortunata rispetto a tanti individui a cui sarebbe potuto accadere lo stesso, non cambiano mai le proposte per risolvere la questione: fermiamo il calcio, vietiamo le trasferte a questo o a quello, interrompiamo i campionati fino a data da destinarsi. Concentrato densissimo di impotenza e misure illiberali, ovvietà buona per accontentare quella parte d’opinione pubblica che detesta il calcio e, senza operare alcun distinguo, il suo pubblico.

Persino il Questore di Milano Cardona, che del calcio ha fatto parte in qualità di arbitro e che si definisce appassionato, ha subito tuonato chiedendo la chiusura della curva interista fino a marzo e il divieto di trasferte per i nerazzurri. Come se fosse precipitato sul pianeta Italia soltanto ieri mattina, visto che ha puntualizzato di essere sconcertato dagli incidenti che hanno preceduto Inter-Napoli. Sarebbe stato più interessante se avesse detto cosa non ha funzionato del piano-sicurezza predisposto per una partita tra quelle più ad alto rischio dell’intero calendario di . È a causa di questo pressappochismo e di questa faciloneria decisionale che la gente civile è spesso costretta e/o indotta a restare a casa; è per lo stesso motivo che ultras è diventato sinonimo di delinquente: una delle generalizzazioni più facili e fasulle della nostra opinione pubblica.

La filosofia del vietare preventivamente per evitare che qualcosa possa accadere, che ha la stessa matrice del lassismo con cui ci si calano le brache quando la feccia delle tifoserie straniere viene a sbriciolarci i monumenti; sembra un paradosso ma sono situazioni figlie della stessa mentalità: sarebbe meglio se non venissero, ma visto che sono arrivati lasciamoli sfogare altrimenti ci scappa il morto. Col risultato che, quando il morto ci scappa davvero, allora si riscuote l’applauso degli indignati invocando il lucchetto sul campionato.

Invece gli appassionati di calcio, quelli veri, i tifosi che decidono di stare troppo male o bene in nome d’una maglia, avrebbero il diritto di riprendersi tutto il calcio possibile. Nessuno pretende di cancellare la violenza da una società che è sempre più violenta in ogni ambito della vita pubblica (e politica); chi paga avrebbe però il sacrosanto diritto di vedere bonificato l’ambiente nel quale esercita i suoi diritti di appassionato. Saremo un paese civile, anche calcisticamente, quando più nessuno verrà a calpestare la nostra erba di appassionati; quando non dovremo avere più la cautela di scegliere sul calendario una partita “tranquilla” alla quale portare i bambini.

Questo ci è dovuto: uno stadio sempre più aperto, tutto per noi che pensiamo troppo tempo al calcio, per troppe ore, lasciando che ci condizioni troppo l’umore; noi che abbiamo visto troppe partite e speso troppi soldi per il calcio, se riconoscete la citazione. Non è utopia, ciò che da altre parti è stato fatto in modo che diventasse una realtà abituale è bellissima da vivere, da respirare. Non si allude solo all’Inghilterra, che forse ha più delinquenti di noi ma che li mette in condizione di non rovinare la festa al popolo del calcio: vanno benissimo anche gli esempi della Liga o della Bundesliga e non vi sembri casuale il fatto che il loro calcio è ora più ricco è vincente del nostro. Questo è strettamente collegato al fatto che è stato reso più civile.

Andare allo stadio è una delle cose più belle e festose della vita, una di quelle a cui si pensa per una settimana intera: non la meritano i delinquenti che ce la infangano, ma nemmeno i burocrati che ce la toglierebbero, non sapendo cos’altro fare.

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