LETTERA D’AMORE 615 di Paolo MARCACCI…

Chi eravamo 615 partite fa?

Ce lo ricordiamo a malapena, o addirittura abbiamo cercato di dimenticarlo; oppure lo rimpiangiamo, con tutto il cuore. Lo può dire solo quel tempo che abbiamo già maledetto, senza che la lezione sia stata imparata, nel frattempo.

Mangiavamo cibi che oggi non potremmo nemmeno toccare; stavamo per sposare la persona che credevamo giusta e che oggi non sentiamo nemmeno a Natale; ci accingevamo a diventare ciò che poi non siamo mai stati, purtroppo, per fortuna o entrambe le cose. Dovevamo vincere un po’ di scudetti, come quel giorno sempre contro il Parma, che un biondino già fantasticava su quando sarebbe toccato a lui.

Seicentoquindici partite, senti che parola lunga Danie’? Per l’appunto, sono una vita. Non seicentoquindici presenze, che è l’espressione fredda e asettica buona per gli almanacchi, ma seicentoquindici partite: come fossero le battaglie di ogni giorno lungo la storia di un uomo. E da uomo sei sempre segnato dalle tue conquiste, dai tuoi errori, dai traguardi raggiunti e ancora di più da quelli che hai mancato; dall’importanza di ogni sorriso, quando si carica di qualche ruga d’espressione. Anche se sei ricco, anzi – sempre stando alle graduatorie di chi classifica ogni aspetto della vita altrui – se sei uno dei più ricchi.

Seicentoquindici partite dentro la stessa maglia vogliono dire che quella maglia è stata culla, corazza, cornice e anche un po’ prigione, a volte. Come una casa, in alcune occasioni troppo comoda per pensare di lasciarla, in altre quasi opprimente, che sarebbe stato meglio andar via. Ma il senno di poi riempie le fosse e le chiacchiere di chi è specializzato nel giudizio sugli errori altrui, o sulle “vite degli altri”, come s’intitolava quel film ambientato in Germania Est, quel paese il cui acronimo, ironia della sorte, era DDR, come le iniziali del tuo nome.

Lungo le tue seicentoquindici battaglie hai cambiato modo di giocare, di correre, e forse anche di pensare, in campo e fuori. È rimasto lo stesso, però, quel tuo modo di esultare, con quel misto di esaltazione e rabbia; come se già dai primi goal avessi il presagio che non tutto ciò che avresti meritato saresti poi riuscito a vincerlo, perché il calcio è così strano che a volte è più facile vincere i mondiali – come il mediano di Ligabue – che far ottenere alla ciò che le spetta. Come se avessi sempre saputo che alla fine saresti rimasto, anche per i tanti soldi rivendicati senza ipocrisia, che fanno parte della vita e che l’accarezzano, ma senza mai addomesticarla del tutto: perché la vita ti può voltare le spalle, ti costringe a cambiare ruolo. Ma sa anche renderti giustizia e magari ti serve l’assist per il due a zero nel giorno perfetto, come fosse destino.

Quanto stringerà, domani sera, quella fascia sul bicipite? Forse troppo, a ricordarti che il destino non ti avrebbe sgambettato, come invece hanno saputo o non saputo fare gli uomini. Voluto, certamente. Senza capire che non per questo lasceranno un segno, al contrario di ciò che fanno i capitani.

Al di qua del muro dell’ipocrisia restano i tifosi Danie’, quelli che restano soli per davvero: tu te lo porti via, loro possono soltanto salutarlo. E dicono che pioverà, come per ogni addio; come quando ci si ricorda che ci sono stati momenti di rabbia, d’incomprensione, di malumore a punteggiare la gioia di stare, credevamo per sempre, insieme. Proprio per questo, è stata una inimitabile storia d’amore. Vissuta peraltro dentro un altro amore Danie’, che alla fine non ha scalfito quello per te: semmai, lo ha esaltato.

Grazie per ogni entrata, per tutti i palloni persi e resuscitati, per ogni tiro dalla distanza, indipendentemente da dove sia finito; grazie per ogni bestemmia contro il cielo ingrato, sempre in debito con ciò che meritiamo.

Ci vorrebbe almeno un altro scudetto anche soltanto per dare senso a un viaggio così lungo, e sarebbe ancora poco. Il tuo prosegue dove deciderai di andare, senza averlo scelto da solo. È per questo che ovunque tu sarai, saremo.

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