RIVISTA LA ROMA – Segno, esulto e torno (3 parte)…

Segno, esulto e torno (terza parte)… grande richiesta continua la nuova rubrica sulle storiche. In questo capitolo, il nostro Alfio ci racconta le più belle dal 1987 fino ai di gloria del 3 scudetto giallorosso… Voeller, Giannini, Mazzone, Montella, e tanti altri…

Per i nostri amici del sito, ecco un piccolo estratto… Vi aspettiamo in edicola…

Terza parte del viaggio nella piccola storia delle postgol. Ci avviciniamo sempre più ai nostri anni e
ormai la schiera degli specialisti del tripudio vanta più iscritti della maratona di New York. In testa al gruppo i
fuoriclasse autentici, ogni cui gesto in un nanosecondo fa il giro del mondo, e dietro di loro tanti onesti
comprimari che per guadagnare visibilità, ad ogni occasione, sfoderano coreografie studiate ad ogni passo
anche dopo aver infilato in porta da nove centimetri palloni che perfino un neonato metterebbe dentro con
la sola spinta del ruttino dopo la poppata. E chissà quante baldorie preconfezionate non siamo riusciti
goderci perché sfumate in un fiasco o rinviate chissà quale altra occasione. Il nostro racconto intanto
riprende il suo filo per arrivare di vera gloria…

E’ il 1991, si è fermato da oltre tre mesi il cuore del più amato ma in Curva Sud c’è sempre acceso un fumogeno viola ricordarlo con affetto. C’è da disputare in casa il ritorno della semifinale di contro i danesi del Brøndby che prestano mezza squadra alla loro Nazionale e che in rosa vantano sette elementi della sorprendente Danimarca che un anno dopo si laureerà Campione d’Europa contro la Germania grazie ai gol dei gialloblù John Jensen e Vilfort. Gli scandinavi si apprestano vincere in patria il quinto titolo negli ultimi sette anni, il secondo consecutivo sotto la guida del glorioso Morten Olsen.

Al Brøndby Stadion due settimane prima Cervone ha murato qualsiasi attacco ma ora alla Roma, che in un cammino per nulla facile ha già eliminato Benfica, Valencia, Bordeaux e Anderlecht, serve solo vincere per garantirsi un derby tutto italiano nella contro l’Inter, che poco più avanti disporrà dello Sporting Lisbona. Al 33’ di testa manda la in paradiso, all’ora di gioco il patatrac della difesa giallorossa, con ultimo sfortunato tocco di Nela, sembra indicare la strada della qualificazione agli ospiti. I giallorossi non si disuniscono, anzi moltiplicano gli sforzi, ma Peter Schmeichel, in predicato di passare al dove negli otto anni successivi vincerà quindici trofei fino ad essere insignito come membro dell’Ordine dell’Impero britannico, para tutto.

Fino all’87’: il sinistro scagliato da Desideri suona come il tiro dell’Ave Maria, il colosso danese ci mette il petto ma il cuoio gli sguscia via, inatteso invito per gli accorrenti e ad avventarsi su tanta grazia con inaudita rapacità. È ad aggiudicarsi lo sprint al fotofinish e ad imprimere al pallone il tocco che basta scavalcare Schmeichel e far venire giù lo stadio.

Dove trovi l’energia per il suo decimo gol europeo stagionale, lui che era perfino in dubbio alla vigilia per i postumi di uno stiramento, non ci è dato saperlo. Apre le braccia  incurvato in una corsa sbilenca, si sdraia terra per poi rianimarsi sorretto solo dal boato stordente dell’Olimpico e chiede stremato il cambio immediato Gerolin. Vola tedesco, che la è in finale.


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