EDICOLA. Stop agli spot scommesse e il calcio italiano va a picco

LEGGO (M. Castoro) – Dopo Pjanic e è toccato a Nainggolan. Ma non è finita: potrebbe cedere anche al Real o al Chelsea. La Lazio ha messo all’ il suo gioiello Milinkovic-Savic, altrimenti è dura essere competitivi in campionato e in Europa League. Il coi bilanci in disordine è stata punita dalla con l’esclusione dalle coppe. La vorrebbe Cristiano Ronaldo, ma CR7 col suo ingaggio mostruoso (20 milioni ma punta a raddoppiarlo per raggiungere Messi) resta un sogno anche per il club più ricco del calcio italiano, che può contare sugli introiti provenienti dello di proprietà. E, ora, un nuovo spettro incombe sul calcio italiano: il su giochi e scommesse che vieta spot in e sponsorizzazioni.

Per avere un’idea di quanto la strada sia in salita per i nostri club basta dare un’occhiata ai fatturati di inglesi, Real Madrid, Barcellona, Bayern e Psg. Fino a qualche anno fa la A era la più ricca e prestigiosa. I migliori calciatori al mondo venivano a giocare da noi. Platini, Maradona, Gullit, Van Basten, Zidane, Ronaldo. Per non parlare degli allenatori. Negli ultimi anni anche quelli italiani hanno preferito soldi e successi fuori dai confini nazionali. Le squadre italiane non vincono trofei internazionali dai tempi del Triplete dell’Inter. Eppure il calcio in è tra le prime dieci industrie per fatturato, con un giro d’affari di poco inferiore ai 14 miliardi di euro. Come fanno i club italiani a restare a galla? Non certo per gli incassi allo stadio, tra l’altro i peggiori d’Europa e obsoleti, con gli spalti troppo spesso semivuoti. I club sopravvivono grazie ai diritti e alle sponsorizzazioni. Diritti che comunque sono inferiori a quanto si sborsa per Premier, Liga e Bundesliga. Basti pensare all’esempio della scorsa stagione, quando il Sunderland retrocesso in ha intascato più introiti della Juve campione d’Italia. Poi ci sono le sponsorizzazioni e le pubblicità. Vitamine per la salute dei club ma anche delle tv, che sborsano centinaia di milioni per accaparrarsi i diritti delle partite.

Se dovesse andare in porto il voluto da Di Maio sui giochi che vieta spot in e sponsorizzazioni, stimate all’incirca in un di 120 milioni l’anno, per il calcio italiano arriverebbe un’altra mazzata tra capo e collo. Che si aggiunge all’aliquota fiscale da pagare sull’acquisto di un giocatore ben più alta che in altri paesi.
La pubblicità legata alle scommesse raccolta dalle televisioni vale 70 milioni l’anno, la cui fetta maggiore della torta, 35 milioni va a Mediaset (favorita negli ultimi anni dalle esclusive su e Mondiali) Eliminare le sponsorizzazioni, come vorrebbe fare il dignità, trasformerebbe la A in un campionato ancora più di basso livello. I migliori giocatori non verrebbero a giocare in perché nessun club sarebbe in grado di pagarli secondo le richieste. Verrebbero meno ai club anche i soldi che le agenzie di scommesse pagano per esporre i cartelloni pubblicitari di metà delle società di A. Contratti che vanno da 500 mila al milione. Inoltre la stretta sugli spot causerebbe problemi di gettito anche allo Stato (stimata una riduzione di oltre 200 milioni l’anno).
All’estero invece le agenzie di scommesse continuano a investire sui club e sponsorizzarli. Non solo nel calcio. A questo punto sorge spontanea la domanda: quando una squadra straniera con sulla lo sponsor di una società di giocherà in che si fa? La partita potrà essere trasmessa in tv?

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