CAPELLO «Con i giovani bisogna osare»

IL MESSAGGERO (Trani) – «Ho finito, io. Nè allenatore nè dt. Nemmeno manager. Il mio è solo da opinionista. Con Sky. Ormai sono pensionato. E faccio il nonno. Di quattro nipoti». Al telefono, da Dubai, la voce forte e chiara di Fabio Capello. Tosto, e mai distaccato, pure da osservatore, come lo è stato da giocatore e da allenatore. È negli Emirati Arabi, accompagnato dalla moglie Laura. Ospite alla cerimonia dei Globe Soccer per ritirare il premio alla carriera: «Il ricordo più bello è la Champions con il Milan».

Incoronato a 72 anni da coach, esalta il inglese e Cr7. E rimprovera qualche collega italiano, chiedendogli di osare di più. Non nel gioco, ma con i ragazzi. Come stanno facendo Mancini in Nazionale e Di Francesco nella Roma. E invita, comunque, le rivali a non inchinarsi allo strapotere della Juve.

La A è diventata noiosa: assegnato, l’unico vero obiettivo è il 4° posto. In più c’è la lotta salvezza. Dopo 19 giornate, giù il sipario?
«Non sono d’accordo. Guardate i punti a disposizione. Chi insegue la Juve non si deve arrendere. Vale la pena provarci. Il e le altre. I tifosi, invece, sono abituati: i bianconeri dominano e vincono da 7 anni. Ma la passione della gente c’è, a Milano è addirittura cresciuta».

Non crede che però la faccia storia a sè?
«Sì, è un mondo a parte. Il è sempre interessante, ogni stadio è sempre sold out e la vetrina rimane la migliore. Noi qui parliamo ancora di barriere, lì il pubblico sta a contatto con i calciatori. C’è rispetto. Quando sei in campo, ti senti importante. Ma anche la Liga rimane competitiva».

Il Barcellona e soprattutto il Real sembrano, per la verità, meno forti di prima: che cosa è successo?
«Colpa dell’addio di Cristiano. Pesantissimo. A Madrid si sono addormentati. Ma con il Barca e il Real, lotta l’Atletico. E c’è pure il Siviglia. Il campionato è più appassionante».

L’Italia esclusa dall’ mondiale: non pensa che quel fallimento abbia fatto bene al nostro movimento?
«Abbiamo pagato la crisi economica e basta. E, di conseguenza, l’assenza dei campioni in campo e fuori. Da noi, negli ultimi anni, non sono più venuti. Fondamentale lo sbarco di Ronaldo. Un esempio: negli ultimi due anni si è accontentato. Adesso, con CR7, ha detto all’argentino che se vuole giocare deve correre. A tutto campo. Dybala, grazie a Ronaldo, migliora. Il campione ne genera altri».

Se fosse l’allenatore di un club in Italia, quale giovane chiederebbe al suo presidente?
«I tre chiamati da Mancini in azzurro: Barella, e Sensi. Punto su Sensi. Regista e ce ne sono pochi. Gioca rapido e in verticale. È da big. Anche se fisicamente piccolo, è veloce di testa. A livello internazionale conta la dinamicità e va testato. Il fisico incide di più per chi sta in attacco. A hai invece più spazio».

I in Europa: chi li valorizza meno, Italia, o Spagna?
«Noi. I miei colleghi sono quelli che hanno meno coraggio. Di Francesco ha esagerato al Bernabeu facendo debuttare in Champions contro il Real. Ma la sua decisione è stata utile per la Roma e per il ragazzo. E per l’allenatore. Che ha capito di avere in rosa un calciatore di talento. Solo utilizzandoli, sai se i sono all’altezza e pronti. Se non li vedi, non crescono e chissà che fine fanno».

Indichi i suoi tre da d’oro?
«Subito Mbappè. Senza guardare l’età, Kane. E Neymar».

Fa spesso i complimenti ad Ancelotti: perché?
«È intelligente. Ha dato serenità al Napoli. Confermata la difesa, è intervenuto sul e l’attacco, valorizzando la rosa. Bene in Europa, per la sua grande esperienza. Fuori dalla Champions solo per la parata di Alisson su Milik».

Ha allenato nazionali e club fuori dai nostri confini: cosa rimpiangeva dell’Italia calcistica durante quelle esperienze? E cosa porterebbe a casa da quei modi di fare calcio?
«In Russia avrei voluto la nostra organizzazione tattica. Da noi avrei voluto il pubblico della e della Liga».

Presidenti e in sono spesso illustri sconosciuti: in Italia sono protagonisti. E’ uno dei nostri difetti e dei loro pregi?
«Certo. Lì i presidenti parlano pochissimo e usano magari un per cacciare un allenatore… E gli lasciano giocare e il pubblico al massimo borbotta».

Liverpool o City, quest’anno?
«Il Liverpool gioca un fantastico. L’ho visto contro l’Arsenal: impressionante. Bravissimo Klopp. Il City, però, resta la superpotenza che investe ogni anno. Club ricco e moderno. Sempre in crescita. E Guardiola ha cambiato gioco, con interpreti veloci che verticalizzano. Stop al possesso. Siamo noi che abbiamo copiato il peggio del guardiolismo. Diamo sempre il indietro. Al portiere».

Che consigli darebbe a Guardiola e se dovessero venire in Italia?
«Di farsi comprare i campioni. Le dipendono solo da loro. Contro questa Juve e senza top player, anche loro non avrebbero scampo».

Spingere sulla tecnologia o sulla arbitrale?
«Tecnologia e tempo effettivo. Ogni deve durare gli stessi minuti. Il campionato sarebbe più regolare».

In dopo anni e anni il è senza hooligans (li porta all’estero) e senza incidenti: cosa dovremmo imitare?
«Prendere decisioni vere. Con regole nuove. Basta striscioni, petardi, insulti e buu. Con la devono però collaborare i presidenti, gli allenatori e i calciatori. Partendo dal saluto al pubblico a centrocampo, a fine partita, e non sotto la curva. Permesso solo fuori casa, per ringraziare chi si è messo in viaggio per seguirti».

Le Wags sono nate in e lei ne sa qualcosa: belle da vedere ma fastidiose oggi?
«Sono cresciuto con i presidenti-padroni, ci sentivamo merce di scambio. Poi i procuratori e le wags. Che probabilmente influenzano gli stessi giocatori. Ora contano i social. È l’era moderna. Bisogna accettarla e viverla. Le società allenano anche le wags… Prima subivano solo qualche capriccio di poche mogli. Ma oggi se non sei social, quasi non conti. Io, no. Niente». Anti-social, detto con simpatia.

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