ACCADDE OGGI… Francesco ROCCA da l’addio al calcio giocato

Era la sera di trentaotto anni fa quando Francesco , per tutti ormai Kawasaki, salutava il calcio giocato e i tifosi della Roma, con un passeggiata sulla pista di atletica dell’Olimpico ormai divenuta parte integrante della nostra storia. Per celebrare il campione ma soprattutto l’uomo, vi proponiamo il servizio uscito nella rubrica Hall of Fame a firma di Silio Rossi (la 329 – Febbraio 2014)…


No, non hanno fatto un grandissimo sforzo: quel posto lo merita, senza che nessuno gridi allo scandalo, perché alla Francesco ha dato il cuore e “regalato” le sue gambe. Basterebbe questo per essere d’accordo con i tifosi e con i cinque saggi chiamati a votare per designare chi tra i calciatori di tutti i tempi meritasse di entrare nella “Hall of Fame”, recentemente istituita dal giallorosso.

Senza la minima esitazione, è stato un autentico plebiscito, per il ruolo di terzino sinistro, fans e hanno eletto lo sfortunato difensore, anche se a contendergli la vittoria finale, dopo una prima scrematura, c’erano “avversari” importanti come Candela, uomo di punta dello giallorosso dell’era Capello, Nela, l’Hulk genovese campione d’Italia nel 1983, quando la di Viola e Liedholm non lasciava niente a nessuno, Amedeo Carboni che per anni ha imperversato su quella fascia, conquistando anche la maglia azzurra, ma che per vincere qualcosa ha dovuto trasferirsi a Valencia, dove ancora oggi lo rimpiangono e Karl Heinze Schnellinger, il tedescone che fece “incazzare” l’Italia perché, nel 1970, segnando quel gol in Messico, a pochi dalla fine, costrinse la formazione di Valcareggi agli straordinari e a spendere una montagna di energie che, sicuramente, avrebbero fatto comodo nella finale col Brasile. Ma Rocca, nonostante faccia di tutto per non apparire, resta un vero di riferimento per la di tutti i tempi.

Genuino, leale, semplice ma con una intelligenza assai connaturata, Francesco era nato per giocare e, soprattutto, per correre. Tra i campi di San Vito Romano, nelle strade sterrate che portavano verso Pisoniano e Bellegra, o verso la scuola elementare e la parrocchia dove don Marcello aveva messo su una squadretta giovanile che, secondo le intenzioni, avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello del paese oltre che un sano passatempo per chi frequentava la chiesa e sognava una vita da calciatore. Don Marcello aveva dato delle regole: schemi e movimenti ben precisi, non un gioco alla “viva il parroco” perché la sua missione di educatore fosse proiettata a curare, certo, l’anima dei ragazzi ma anche a raddrizzare i loro piedi.

Francesco era nel gruppo. Il più dotato: mediano, mezz’ala. Fisico asciutto, altezza ben delineata accoppiata ad una potenza fisica, destinata prima o poi ad esplodere. Insomma un giocatore interessante, da seguire con attenzione, nonostante che papà Ottavio, uomo pratico, temesse che il pallone distraesse il figlio dalla scuola e da altri e più pratici lavori. Non la bottega da idraulico, di riferimento a San Vito per chiedere pareri su un rubinetto o uno scarico, che papà dispensava con generosità, ma soprattutto da un’istruzione di base che permettesse al figlio di uscire dalla monotonia scolastica di San Vito. Ottavio sognava, ma non coltivava illusioni, per questo non fece una piega quando alcuni dirigenti del Genazzano, un paesino a pochi chilometri da casa Rocca, gli chiesero se aveva nulla in contrario perché suo figlio entrasse nel mondo del calcio in maniera più promettente e più completa.

Genazzano, tra i dilettanti, il Bettini Quadraro, storico del quartiere Tuscolano, l’Ostiense con il Campo San Tarcisio, la Roma: il sogno della vita per un ragazzo che ha sempre amato quei colori. È stato tutto bellissimo, il coronamento di un sogno, durato, purtroppo, lo spazio di un mattino. Perché la vita sportiva di è stata spezzata sul più bello da un brutto infortunio, da interventi chirurgici non sempre perfetti, da ricadute che ne hanno scandito terribili, accompagnando il ragazzo alla definitiva rinuncia. Nonostante tutto, a chi glielo chiede Francesco dice che la sua storia da calciatore è stata stupenda, che ha potuto esaudire un desiderio forte, immenso e farlo con la Roma, la squadra per la quale ha fatto e fa ancora il tifo.

Era il 1970, aveva 16 anni, quando rilevò la società da Marchini, e segnalò il ragazzo alle giovanili giallorosse, c’erano già ragazzi interessanti: Peccenini, Di Bartolomei, Piacenti, Sandreani, Vichi, Stefano Pellegrini, Quintini, gente che ha fatto le fortune della di allora, non soltanto della “primavera” del povero Giorgio Bravi, ma soprattutto della prima squadra. Con lui in panchina e compagni hanno vinto tutto e gli scudetti e le Coppa Italia conquistati a livello giovanile furono il trampolino di lancio per la promozione. Helenio in persona, a volte, andava a spiare, e dopo una partita giocata a grande intensità, ordinò di traslocare Francesco a disposizione della prima squadra.

Il Torneo Anglo-Italiano, la conquista della maglia giallorossa da titolare e quella azzurra della Nazionale nel 1974, dopo il disastro dei di Germania: in due-tre anni Francesco aveva bruciato le tappe: si ritrovò sulla vetta dell’Everest senza ricorrere alle bombole d’ossigeno.

Francesco correva. Era diventato inarrestabile. Agli allenamenti della squadra al Tre Fontane non c’erano che occhi per lui, una “scheggia” che lasciava impietriti i compagni di squadra che gli allenatori gli mettevano alle calcagna come sparring partner. Da autentico precursore di un nuovo calcio, ben interpretato dagli olandesi che avevano stravolto vecchi schemi e stereotipati sistemi di gioco. Quello era un gioco totale, moderno, in cui tutti dovevano saper fare tutto: difendere, attaccare e, se possibile, mettersi nelle condizioni di segnare gol. Rocca, insomma, era la prima ed efficace risposta italiana allo straordinario senso tattico e all’energia dei “tulipani” E chi provava ad attaccarlo, in pochi minuti, andava in d’ossigeno. Successe anche in un derby con Vincenzo D’Amico, inutilmente proteso ad arginare le folate di Francesco. D’Amico era un genio, ma guai a dirgli di rincorrere l’ diretto. «Ogni volta che mi passava accanto – racconta ancora oggi il laziale – mi arrivavano addosso autentiche correnti d’aria. Mi consolavo urlandogli: ma ‘ndo vai» E in partita succedeva spesso che le fughe di non fossero in sincrono con la disposizione in della Roma. Ciccio Cordova glielo ricordava spesso: «Francé, va piano, sennò crossi e in mezzo all’area non trovi nessuno».

correva. Difendeva ed attaccava sulla sua con la stessa naturalezza e la serietà di chi, ogni giorno, è impegnato a fare il suo mestiere. A Magdeburgo, in Germania, con la under 21 di Bearzot, gli spettatori si alzarono tutti in piedi applaudendo a lungo, dopo una sua incredibile accelerazione per raccogliere un pallone lanciatogli da e negli Stati Uniti, nel corso di una amichevole di fine stagione, a cui la era stata invitata, Francesco fu protagonista di un simpatico siparietto. Fecero giocare la gara su un campo disegnato per il football americano. Alla meno peggio gli organizzatori cercarono di dargli la parvenza di un terreno per il soccer, solo che avevano tralasciato alcuni particolari, così nel corso di un’azione d’attacco, Francesco partì di scatto, e con la testa bassa, dall’aerea di rigore della Roma, era talmente deciso che non si accorse di aver oltrepassato le linee laterali e che stava correndo dietro le due panchine.

Ma ormai era Kawasaki per tutti, compagni, avversari nel campionato italiano e dirimpettai stranieri quando Fulvio lo convocò in quella Nazionale nata dalle rovine dei tedeschi del 1974, famosi per l’eliminazione della nostra squadra e per quel “vaffa” televisivo spedito da Giorgio Chinaglia al cittì Valcareggi. L’Italia, come detto, delusa per l’ennesima figuraccia, aveva bisogno di novità, giocatori che garantissero un ricambio generazionale in fatto di tenuta e di energie e nello stesso tempo esplodessero in azzurro perché, allora succedeva, la conquista di una maglia della Nazionale era davvero un sogno, il desiderio più ambito di chi aveva scelto di fare il professionista.
Bernardini, all’inizio, convocò l’inverosimile.

Costretto ad andare per tentativi aveva deciso di dare un taglio al passato. Chiamò anche ragazzi del campionato di serie B, ma le sue attenzioni, probabilmente per un affettuoso gesto di romanità, si fermarono soprattutto su atleti della e su quelli della Lazio che aveva vinto da qualche mese il suo primo scudetto. “Il dottore” prese a benvolere tutti, in particolare, che seguiva costantemente dalla stampa dell’Olimpico, tra un parere ed una risata con il “colleghi” giornalisti. Francesco, per tre stagioni, ha indossato quell’azzurro che aveva già onorato con le squadre giovanili, bloccando, con duelli infiniti, le più forti destre a cui, raramente, permetteva di avvicinarsi all’area italiana. Memorabile in un match contro la Polonia il suo duello con Grzegorz Lato, che proprio ai di Germania aveva fatto vedere i sorci verdi a fior di avversari. E se Lato era davvero veloce, in quel match Francesco lo diventò di più. Il polacco cercava spazio per le sue volate, Francesco pronto a corrergli dietro o a non permettergli di iniziare la fuga. Alla fine erano entrambi esausti. Si abbracciarono e si scambiarono la maglia, salvo ricordare quell’episodio quando Lato, dirigente della federazione polacca, e Rocca, osservatore della Nazionale italiana per conto di vari commissari tecnici, si sono ritrovati seduti in un bar dello di Varsavia, dove non hanno potuto fare a meno di ricordare pezzi della loro carriera.

Quella di Lato è stata “baciata” da successi e da una carriera niente male, quella di ha avuto un altro epilogo, drammatico, quasi che la fortuna abbia voluto di colpo abbandonare questo ragazzo che prometteva nel calcio e che era partito da San Vito, destinazione Roma, con grandissimi progetti. E tanti sogni, quelli che ogni giovane tiene nel cassetto.

Ora Rocca, lo fa da tantissimi anni, lavora in Federazione. Ha diretto dalla panchina tutte le giovanili azzurre, ha fatto da secondo allenatore a chi si è alternato alla dell’Italia che doveva prepararsi per ed Europei. Ha girato il mondo per “spiare” avversari e conoscere da più vicino le caratteristiche dei campioni di statura internazionale che avrebbero potuto “fare male” alla squadra azzurra. Questo gli ha permesso di diventare un acuto osservatore, un amante del calcio d’élite. Persino la qualche mese fa lo ha convocato a Trigoria. Gli hanno proposto di fare il coordinatore del settore giovanile. Un po’ poco per uno che ha allenato fior di campioni e che, a ben vedere, avrebbe meritato maggiore rispetto.

Ecco la “Hall of Fame” se non altro è arrivata a proposito. Per ridargli, anche se in misura ridotta, quanto la vita e l’ingratitudine del calcio gli hanno negato.

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