VERONA-ROMA. “Storia di ieri”, riflessioni del giorno dopo…

La gara post Europa League è sempre insidiosa: a maggior ragione se da una trasferta si passa a un’altra in un campo ostico, dove il successo su “Roma”, in senso assoluto, ha doppio valore.

Piove, il Verona di Juric allievo di Gasperini corre all’impazzata come l’Atalanta e il fu Genoa; la Roma, però, riesce a non accusare, sapendo soffrire.

Fonseca punta ancora su Santon terzino: ha fisico, nonostante i tanti limiti. C’è Bagnoli in tribuna ma in campo non è certo l’Hellas degli anni ’80, seppur la classifica sia interessante: serve il guizzo per sbloccarla.

Tocca, ancora, a Pellegrini accendere la luce con un assist di tottiana memoria che innesca Kluivert, freddamente essenziale nel portare avanti i giallorossi.

Di certo rivedibile il modo in cui arriva la rete del pareggio gialloblù, giunto appena 4’ dopo il vantaggio.

Merito di questa Roma, però, è di non mostrarsi disunita e di ripartire con convinzione alla ricerca della posta piena. Ecco Perotti per Kluivert, che si fa male in modo “onorevole”: andando a chiudere su un avversario.

Proprio l’argentino – funestato negli ultimi due anni da problemi muscolari e senza goal dallo scorso maggio – segna il netto rigore concesso per fallo su Džeko.

Sottono, giustificato, Veretout; meno Kolarov (Faraoni è suo, in occasione dell’1-1), che si era risparmiato il secondo tempo giovedì scorso. Spento Ünder, che appare lontano dalla migliore condizione.

Qualche brivido con l’ingresso del redivivo Pazzini e di Fazio per la Roma: la scelta di tre centrali difensivi negli ultimi minuti rimanda a giornatacce vissute nelle prime esperienze di Spalletti e Ranieri.

Ci pensa Mkhitaryan, in versione falso nove, a chiudere la partita con un 3-1 che vale ancora quarto posto.

Nulla è stato fatto, ma conforta questa Roma battagliera con elementi di qualità su cui andrebbe costruito l’immediato futuro: Pallotta e Friedkin – o chi per lui – permettendo.

(Rubrica di Diego ANGELINO)

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