JUVENTUS-ROMA. A PRIMA VISTA… di Paolo MARCACCI

I tabù sono tali, e tali restano, volte graniticamente, finché non si manifestano tutte le congiunzioni astrali (chiamiamole così) necessarie per sfatarli. Ci piace in questo senso ricordare, anche perché non parliamo di un passato remoto, che c’è stata un’epoca in cui sembrava impensabile anche la sola ipotesi di vincere San Siro, sia contro il che contro l’Inter. Poi imparammo, semplicemente, che si poteva fare.

Ma nemmeno queste considerazioni fanno giurisprudenza, ci mancherebbe, perché il è quella fenice che ogni volta, e ogni volta in maniera non replicabile, rinasce dalle proprie ceneri ogni volta che qualcuno pensa di aver già visto tutto ciò che ancora deve verificarsi. Ecco, abbiamo la sensazione che nella testa di Paulo ci sia esattamente questo tipo di scenario: una che sia e che si manifesti, nel suo svolgimento, fine se stessa, senza condizionamenti da subire attraverso o impatti ambientali di sorta.

E sapete che c’è? Per venticinque circa la suggerisce proprio questo tipo di sensazioni: palleggio autorevole, in testa; possesso palla crescente; nessun timore reverenziale. Sembra, quindi, una serata figlia solo del presente.

Sembra.

Su un’impuntatura, in senso letterale, di che perde la zolla di appoggio sull’out destro, germoglia un agevole, anzi confortevole vantaggio juventino. Confortevole, ribadiamo, con che trotterella appresso per poi osservare il colpo da biliardo del portoghese in orizzontale.
Delittuoso.
Poi grandina, con più di un giocatore della che comincia ad apparire in difetto di lucidità: Cristante, per esempio, che gioca un paio di palloni sanguinosi appena un passo oltre la lunetta dell’area romanista.

Douglas Costa non solo domina in lungo e in largo, ma comincia scherzare con gli avversari.

Bentancur il secondo, quasi da calcetto, godendo prima dell’ingresso in area di una porzione di campo di dieci metri quadri sgombra dai tacchetti avversari. Non è una battuta.

Prima della fine del tempo, di cui son cartine di tornasole le facce di Kolarov e compagni, arriva il terzo di Bonucci.

Frustrazione, rischio tangibile di imbarcata, pensiero cupo una frustrazione non smaltibile in tempo per la stracittadina.

Il secondo tempo ricomincia con un sussulto di dignità romanista e con il principio di una di quelle piccole zone d’ombra, nei ritmi e nel palleggio, in cui precipita ogni tanto la Juventus di Sarri; ai bianconeri era accaduto anche all’Olimpico, in campionato.

di Ünder, anche se tecnicamente di Buffon, che con la mano butta in porta la gran conclusione del turco che aveva battuto sotto la traversa. Perché non ci prova più spesso?

La potrebbe, udite udite, colpire ancora, se Kalinic non divorasse la propria occasione in maniera incredibile; se non si tentasse di entrare in porta con la palla, per forza; se, forse, ci fosse un’altra tipologia di attaccante.

Nel frattempo si fa male Diawara, forse il migliore della Roma, facendo tra l’altro un gesto preoccupante per mimare il suo problema al ginocchio sinistro. Una ricaduta?

Nel frattempo, quando fischia, contabilizzando le uscite di Florenzi, e lo stesso Diawara. Dentro Santon, Veretout, Peres.

Che dire? Per l’ennesima volta c’è il rammarico di dover salutare troppo presto la competizione che, più di ogni altra, potrebbe portare segni di vita in bacheca.

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