COLPI DI SOLE di Paolo MARCACCI

A Genova spesso atterrano i gabbiani, sul terreno del “Luigi Ferrariis”, nelle giornate d’inverno in cui i temporali particolarmente violenti funestano la città, assieme alle mareggiate. Forse i bianchi uccelli cercano qualcosa che li sospinga di nuovo là dove è il loro posto, forse sull’onda dei canti delle gradinate rossoblu e blucerchiata ritroverebbero il vento giusto per tornare a volare in circolo attorno alla Lanterna, verso quell’orizzonte dove “ogni onda è un’altra” e poi un’altra ancora.

Parole di Fabrizio De André, per descrivere il panorama più comune, agli occhi di chi si porta dentro la città, piena di grinze come la camicia di un portuale dopo un giorno di fatica; che mugugna per pronuncia e forse per scaramanzia, come se prepararsi al peggio servisse a ritrovare un sorriso timido quando il maestrale è passato.

Era genoano De André, ma quando diventava davvero amico di qualcuno tirava a indovinare e gli chiedeva se per caso fosse tifosi della Sampdoria. Fece così con Paolo Villaggio, quando nessuno dei due sapeva che avrebbero giocato con le parole, con gli stati d’animo, con la malinconia che può celarsi anche dietro una risata fragorosa o con la dolcezza che si cela dietro il fumo che sale dall’ennesima Marlboro.

Perché a Genova ogni cosa si porta appresso il suo contrario; se il sole sul porto ti fa pensare a Napoli un’ora dopo mostra il grugno un acquazzone; se il freddo ti sbriciola le ossa sai che non troppo lontano un qualche dio sta pittando le foglie dei limoni. Deve essere per questo che i genovesi urlano di rado, se non quando arriva il pesce fresco sui banchi: perché il vero dolore è un sussurro, quasi non sa come fare per uscire, come un turista che s’avventura fra i carruggi e poi scopre che la città si apre e si chiude come le mani dei bambini, quando salutano le navi che sembrano muggire con un accento speciale.

Quando Genova soffre, fa pensare a una donna che non si rende conto di essere tanto bella; con passo svelto s’avvia verso i vicoli più stretti, come per far perdere qualche traccia di sé. E una cosa in più ora le manca allo sguardo, quando l’aria dà un bacio salato alle persiane che si aprono.

Abbassa lo sguardo dolce sul davanzale, Genova, come per ritrovare se stessa, tra briciole di focaccia lasciate agli uccellini, e le foglioline nuove di una pianta di basilico.

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