ACCADDE OGGI…. 8 anni fa ci lasciava Fabrizio Carroccia ‘Mortadella’

Otto anni fa ci la sciava un grande tifoso ma anche un grande amico, Fabrizio Carroccia, al secolo “Mortadella”. Per ricordarlo, prendiamo in prestito le parole del suo amico Max Leggeri che sul numero della nostra rivista lo ricorda cosi. Ciao Fabrizio e salutaci tutti gli della ‘ Paradiso’…


L’ RE DI di Max Leggeri
(LA 329 – Febbraio 2015)

«Che mi fa Re» recita un verso che tutti i giallorossi hanno nel cuore. E nessuno ha mai impersonato meglio quello spirito, come in Italia e nel mondo, di Fabrizio Carroccia, meglio noto come “Mortadella”. Amato da giocatori e dirigenti, rispettato dagli avversari, non si è mai identificato con un gruppo in particolare arrivando così impersonare l’immagine del tifoso moderno dal cuore antico.
Dal momento che le leggende non muoiono mai, un anno dalla sua scomparsa, festeggiamo i 50 anni dell’ Re di Roma, e lo facciamo attraverso le parole di chi gli è stato vicino fino all’ e con lui ha diviso i momenti più felici, sempre nel dell’amore per i nostri colori.

Auguri Fa’. Il prossimo 1 Fabrizio spegnerà 50 candeline, altro che idi,  una festa.

Il cielo si tingerà di giallo e di rosso e nella sua paradiso saranno tanti gli che interverranno e ricorderanno i suoi primi 50 anni. Ebbene si, è passato mezzo secolo da quando una trafelata infermiera raggiungeva la d’attesa della clinica S. Antonio Colle Oppio e avvisava papà Claudio, mamma Mirella aveva dato alla luce un meraviglioso pupo di 3,8 kg. La leggenda narra del suo primo vagito “Forza Roma”, primogenito di una famiglia di lupi maschi, anticipava l’arrivo dei fratelli e Daniele.

Aveva sei anni e mezzo quando nel bel mezzo di un pomeriggio, allora frequentava la prima elementare della scuola Angelo Mauri al nuovo Salario, gli balenò l’idea di inviare un pensierino, scritto di suo pugno, all’.S. Roma. Erano gli anni in cui l’allora presidente Marchini cedeva i suoi gioielli, Spinosi, Capello, Landini all’avversaria di sempre; il testo, conservato gelosamente casa Carroccia, era un semplice ma appassionato attestato d’amore nei confronti di quella fidanzata, che Fabrizio non lascerà mai più e di cui s’innamorò al primo sguardo. La risposta, perché allora le società di calcio avevano un rapporto personale con i loro tifosi, «…caro ragazzino apprezziamo la passione mostrata, ma ora pensa crescere studiando». Quasi una sfida, chi aveva deciso che quei colori, quella maglia, per magia sarebbero diventati una meravigliosa ragione di vita.

Piccolissimo, il tuo primo idolo diventa Jair da Costa, e dal momento che non è poi della classe di cui si innamora solitamente un tifoso romanista, Sperotto altro idolo, sette partite zero reti, delude, peccato, rimarrà una tua gioia ed un’eterna promessa.

Chissà se ride, ora pensando te, quel barista di via Candia al quale versasti addosso il cappuccino, solo perché esageratamente laziale.

Prima trasferta Verona, zonzo con papà Claudio, era la orgogliosa di Rocca, De Sisti, Prati , la “rometta” per altri che mai capiranno, contrariamente noi, che chi tifa non perde mai.
E poi l’epopea del Presidente al quale hai voluto più bene… un presidente, c’è solo un presidente, il più grande di sempre: Dino Viola.
L’abbraccio Falcao sotto la sud, dopo il liberatorio contro l’Avellino, scolpito nei nostri occhi, eravamo lì in curva, guardare in campo uno di noi, felici ed increduli in attesa del secondo tricolore della nostra storia, stava nascendo il mito der “Mortadella “

E poi le amicizie più intense con Giannini, Di Livio, Conti, Cervone, Carnevale, Desideri, ma forse dovremmo elencarli tutti, quelli che durante la settimana trasformavano casa in una succursale distaccata di Trigoria.
I momenti bui, che solo tu sapevi trasformare in “mortadellate”: i pesci Trigoria, l’adozione di cavallo pazzo, del volo che ci riportò da Bordeaux, beh, chi sa, sorriderà il re dei fomenti…

E ci hai provato sino alla fine da eterno Peter Pan, l’ultima goliardica impresa nel nome di una passione, Siena sorride ancora il presidente Mezzaroma, guardando sulla sua scrivania quella lupa, simbolo delle due città e delle legioni romaniste legate una speranza, peccato! Avresti chiuso in bellezza, ma lo hai fatto ugualmente, perché quel giorno eravamo ancora una volta tutti insieme, ed avremmo barattato mille scudetti in cambio di quei momenti !

Se per diversi mesi avete trovato congestionato il traffico sulla via Aurelia, in prossimità dell’ospedale S. Carlo, un motivo c’era, il Re di ha trascorso lì gli ultimi momenti della sua intensa esistenza.
Gli amici, quelli di sempre, calciatori, tecnici, dirigenti, un via vai che ha trasformato un triste nosocomio in uno spazio pulsante, vitale, e romanista; entra il primario, il Prof Marchionne, lui sa, purtroppo sa tutto, e sorridendo dinanzi alla tua richiesta, rimane piacevolmente colpito, «… dottò famme mette la bandiera stelle e strisce giallorosse sur balcone», sei stato sino alla fine Fabri’, hai voluto esorcizzare sino all’ saluto, quel male che ci avrebbe di lì poco separato.
Sono stato, siamo stati, tutti bugiardi, perché non credevamo alle cartelle cliniche, ma al culto dell’amico immortale, lo è stato pure Bruno, il tuo unico Bruno da Nettuno, quando si è chinato in lacrime per abbracciarti
su quel letto d’ospedale, «Nun fa scherzi Fabrì, t’aspetto allo stadio alla prima di campionato».
E lo scherzo invece ce lo hai fatto, “er Principale “ t’ha ricordato che era ora di salutare tutti, hai chiuso gli occhi, sei sceso in campo, e sei corso verso quella curva, la tua curva… c’era accanto te, la Coppa  più desiderata al cielo,
perché quel sogno non ha  mai avuto fine.  Mai più nulla come prima, è iniziata la Leggenda… Quanto mi manchi, amico mio!”

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