ACCADDE OGGITOP

Il sogno che facciamo sempre da quarant’anni

(ASROMA.COM, Cagnucci) In questi quarant’anni abbiamo continuato a seguire e a tifare la Roma, che è tutto tranne che un andare a dormire presto. Però è vero che quando abbiamo chiuso gli occhi abbiamo continuato a fare tutti lo stesso sogno: una squadra con la maglia rossa che fa il giro di campo portando, come una coda elegante di un gigantesco frack nazional popolare, a strascico un tricolore. Chi lo teneva per mano davanti a tutti lo aveva da poco chiamato “il vessillo”.

Lui era il capitano. “In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo”. Lo aveva detto una settimana prima di sbarcarci a Genova e di portarlo una settimana dopo a Roma. Lui, Agostino Di Bartolomei, era in testa, il primo della fila, teneva un lembo con una mano che a un certo punto lasciò per andare a prendere a bordo campo non un fiore, ma un vaso pieno di fiori e lanciarlo ai tifosi.

Così: con il vetro, la terra e tutta l’acqua dentro. Era il troppo che aveva dentro. Il troppo che avevamo tutti dopo quarantuno anni di attesa (sapete quante vita ci sono in quarantuno anni? Quante Roma?). Molti di noi in questi anni hanno cercato di raccoglierne i cocci e anche per questo non siamo andati a dormire presto.

Abbiamo cercato di trovare in quei frammenti riflessi e immagini scolpite dentro, come uno specchio: quella quando anche il cielo sembrò commuoversi e piegarsi per abbracciarsi Agostino, mentre a terra lo immobilizzava la stretta di Ancelotti dopo il 2-0 con l’Avellino (sembravano una fiamma in mezzo alla pioggia).

La manica tirata su di Falcao col Pisa, le mani dei Ragazzi della Sud, Superchi senza guanti, i calci a vuoto di Bruno Conti dopo i gol alla Fiorentina, il sole, gli alè ooh prima di iniziare, gli alé ooh quando andava bene. La ritualità, la processione, la sacralità, la comunione.

“Quel t’amiamo e t’adoriamo…”. La colonna sonora di quegli anni che se non è una preghiera laica e, insieme una ninna nanna, che cos’è? E come un flash dal futuro lo scudetto del 2001, molto più colorato di rosso rispetto al giallo delle bandiere del 1983. L’abbraccio di Geppo e Liedholm. Cioè la definizione perfetta di cosa sia la Roma: il poeta e il Barone, sangue e oro, aristocratica e popolare. Dino Viola. Aldo Maldera. Gilberto Viti. Ferdinando Fabbri. Vittorio Boldorini. Giorgio Rossi. Piero Gratton.

E tutti i romanisti che non ci sono più, tutti quelli che non hanno potuto vedere quello Scudetto. Le nostre vite. Domani c’è da salutare un gruppo di uomini che dopo poco più di quarant’anni ha fatto felice una città. Li potrete riconoscere non solo perché hanno tutti negli occhi l’orgoglio di aver fatto quell’impresa, ma perché accanto a loro ci sarà quel vessillo.

Non lo abbiamo mai lasciato Capitano. Questo Scudetto non è durato poco poco. Sabato c’è da salutare un gruppo di uomini che dopo poco più di quarant’anni ha fatto felice una città e che quarant’anni dopo dice loro ancora grazie. Poi la partita finisce alle 20. Venite presto, anche se tanto presto non ci andremo a dormire mai.