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ROMA-INTER. A PRIMA VISTA… di Paolo MARCACCI

Cominciamo dai fischi al momento delle formazioni: non quelli per Spalletti, scontati e sonori, ma dei quali ci interessa poco o nulla, perché acqua passata non macina più; quelli per Di Francesco, che continuano a far riflettere e che, a livello di decibel, sono circa un terzo di quelli dell’ex tecnico. Ognuno scelga da quale parte stare, in giallorossa democrazia.

Stavamo per scrivere di stare assistendo a una bella partita a scacchi, agonisticamente pulita e dai ritmi piacevoli, con un palo che continuava a vibrare, su magnifica esecuzione di Florenzi; però tutto è travolto, al pari di Zaniolo, dal rigore più solare, fino a ora, tra quelli negati alla Roma: ci risiamo. A quando una sacrosanta e vibrante protesta?

Nella storia romanista, eterna legge di Murphy, è quasi consequenziale che poi un Keita qualsiasi si presenti a riscuotere il (non) dovuto. Se dovesse finire così, accolleremo anche questa successione di episodi al tecnico?

Riflessione di fine tempo, a parte i danni fatti da Rocchi: troppi palloni hanno attraversato l’area interista senza che un piedino, o un piedone romanista cogliesse l’attimo giusto. Queste cose alla lunga si pagano, anche quando non si demerita.

A proposito: ma il VAR di stasera è lo stesso dispositivo di oggi pomeriggio in Milan – Parma. Meditate, gente, meditate.

Ünder, controtempo dell’anima, extrasistole di una traiettoria, grido quasi strozzato dal non essere pronto. Come se il gol fosse arrivato prima che lui armasse il sinistro. Pari e patta con l’incredulità per l’errore contro il Real.

Nel frattempo, Rocchi non avrebbe nemmeno bisogno di essere fosforescente, per continuare a farsi notare.

Quando l’altoparlante dice “Icardi” lo fa con tono talmente sommesso da sembrare la punteggiatura di un discorso annunciato, perché inevitabile. Resta un secondo in aria, svita il collo, anticipa anche la Sud.

Quando Di Francesco si gioca la carta Kluivert in luogo di Santon, la partita vive la sua fase più matura e decisiva. Qua si parrà la nobilitate di Giustino.

C’è un altro rigore: se non mi dai questo non sei Rocchi, sei la ragazzina dell’esorcista in fase zuppa Campbell.
Lo dà.
Va Kolarov: esultano tutti, pure quei tifosi che capiscono un po’ meno. Pallone pesantissimo, con un po’ di destini a zavorrarlo.

Perotti per Zaniolo, che riscuote un’investitura di applausi, per così dire. L’argentino torna dalle nebbie delle sue ricadute, come fosse un acquisto di gennaio in anticipo.

Spalletti si gioca le carte Lautaro – bell’ ‘e papà – Martinez e Vecino in luogo di Perisic e Borja Valero.

Nel finale torna anche Pastore, nella Roma; fuori Ünder, applaudito per ciò che ha fatto e anche per quel che avrebbe potuto fare in più.

Tanto potenziale tecnico romanista, dunque, nel finale; quasi troppe virtù; come a dire che con eccesso di fioretti le battaglie non si vincono. Pareggio tutto sommato giusto, più comodo per per l’Inter, un po’ strettino alla Roma.

Finisce con Spalletti tarantolato, tra l’altro dopo un fallo evidente di Vecino, e con la Roma che ricama senza pungere.
Si resta nel limbo, ma con accresciuta autostima.

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